Il punto 2015-2016

Mechrí nasce con l’intento di promuovere percorsi formativi transdisciplinari e occasioni di approfondimento culturale, che trovino nella riflessione filosofica il loro fondamento unitario. Questa dichiarazione di intenti esige però alcune precisazioni circa l’uso di parole come ‘formazione’, ‘cultura’ e ‘transdisciplinarità’.
Formazione è l’atto del prendere e del dare forma, atto che richiede perizia nel plasmare e un delicato equilibrio tra resistenza e duttilità nel lasciarsi forgiare. Nulla a che vedere con la frettolosa trasmissione di informazioni da spendere in pretesi (e del tutto aleatori) contesti «professionalizzanti»; niente a che vedere con la «ottimizzazione dei tempi» e con l’accumulazione di «competenze», che così spesso vengono proposti come criteri di efficacia nei contesti formativi istituzionalizzati.
Cultura – non sarà vano ricordarlo – è l’effetto del coltivare, arte che richiede la fatica del dissodare e poi l’attesa della germinazione; sicché potrà dirsi legittimamente «culturale» solo quell’opera paziente che saprà avere la costanza e la cura richieste perché il frutto si formi.
Transdisciplinarità è parola che rinvia non a un’estrinseca interazione fra discipline in sé già costituite (quella che si chiama «interdisciplinarità»), ma al vivente trasformarsi delle discipline medesime, passando l’una attraverso l’altra e spingendosi ciascuna al di là di se stessa. Transdisciplinare è insomma il movimento che restituisce al corpo dei nostri saperi, scisso e disarticolato nella imperante inerzia delle specializzazioni di settore, il senso di un corpo vivente e metamorfico, cioè, letteralmente, trans-formativo. Alla frammentazione delle conoscenze specialistiche, Mechrí risponde cercando un terreno condiviso per l’esercizio delle pratiche conoscitive di cui siamo custodi ed eredi.
Mechrí (μεχρί) vuol dire «fino a qui», ma anche «fino a…». L’Associazione culturale vorrebbe infatti costituire, per tutti coloro che ne vorranno seguire e sostenere le attività, un’occasione per fare il punto sul presente in atto; un luogo dove, da qui in poi, lavorare alla costruzione di un sapere comune, che intrecci le arti con le scienze, le lettere con la ricerca sperimentale, la tecnica con il pensiero filosofico, al di là di partizioni stantie e di sterili contrapposizioni. Il modello ideale a cui ci si vorrebbe ispirare è quello delle botteghe rinascimentali, dove il lavoro è auto-formazione e la maestria non è merce scambiabile, ma il lento e segreto trasformarsi della postura, delle mani, dell’agilità con la quale i corpi si mettono all’opera. È per questo (vagheggiando quella «più grassa Minerva» già invocata da Leon Battista Alberti o la figura del «generalista scientifico» sognata da Ludwig von Bertalanffy) che Mechrí ha scelto di chiamarsi «Laboratorio di filosofia e cultura»: qualcosa che oggi non esiste, ma che si può (e si deve) tentare di costruire.
Le attività proposte da Mechrí si caratterizzano anzitutto per la continuità degli appuntamenti, nella convinzione che estemporaneità e occasionalità mal si concilino con le esigenze di una reale istanza formativa; per questo motivo il programma si articola sempre in cicli di sessioni a cadenza regolare. Tre sono le direzioni di lavoro che si intendono come «corsi permanenti» di Mechrí: il «Seminario di filosofia», il «Seminario delle arti dinamiche» e i cicli chiamati «Linguaggi in transito», che ogni anno daranno la parola a scienze diverse. Il che ha una sua ragione profonda. Se infatti il sapere è un corpo metamorfico concretamente incarnato, allora nelle arti dinamiche (teatro, musica, poesia, danza) risiede la prima radice di quell’azione articolata che chiamiamo «conoscenza». Tale radice ha germogliato e si è diramata, nella tradizione e nella pratica scientifica moderna, in una molteplicità di linguaggi che mutano la sintassi dell’esperienza, mentre dall’esperienza vengono a loro volta, inconsapevolmente, plasmati. Di tali linguaggi la filosofia è, per molti versi, l’esperanto dimenticato: pratica di parola che è figlia (forse «ingrata») delle arti dinamiche e madre (forse «anaffettiva») delle scienze moderne. In ogni caso alla filosofia spetta il compito di riattivare la memoria e l’efficacia di questa fondamentale parentela, favorendo la costruzione di un grande «crocevia dei linguaggi»: luogo di passaggio e di convergenza, dove imparare di nuovo a fare il punto, a stare sul punto, a essere sul punto.
Mechrí nasce dalla consapevolezza di essere arrivati «fino a qui», e dalla necessità di contribuire con onestà intellettuale al «verso dove» che già cammina, con passo deciso, sulle nostre gambe ignare.